Live on walk

La crisi mondiale iniziata nel 2008 non ha avuto ripercussione solo dal punto di vista finanziario, ha provocato un effetto domino che ha portato a mutamenti profondi nella società. Gli stati sul corto periodo hanno reagito nel modo più semplice e diretto: l’aggiunta di nuove tasse e accise. L’aumento della pressione fiscale ha provocato una crisi dei consumi ed in particolar modo quelli legati al trasporto privato, l’auto in primis. Ne è testimone il continuo crollo delle vendite di auto e la ricerca di alternative più economiche di trasporto. Questo ha permesso di abbattere quel muro di pigrizia che da troppo tempo pervadeva la società. È stato l’inizio di una nuova rivoluzione verde.

Attualmente tutte le indagini di mercato sono testimoni di una decisa crescita del trasporto pubblico, storicamente deficitario e snobbato in Italia. Questo settore infatti è sempre stato succube dell’auto, il cui uso dal dopo guerra ad oggi è stato fortemente incentivato, tanto da diventare uno status symbol e di benessere. La crisi però ha reso i costi di gestione (bollo,assicurazione,ecc..) e uso (in particolare il caro carburanti) di un mezzo proprio poco sostenibili. Nonostante questo trend positivo le risorse per il trasporto pubblico vedono tagli, compensati con l’aumento del prezzo dei biglietti. Lo stato e le istituzioni dovrebbero invece dimostrare maggiore coraggio e investire in questo settore, cercando di cavalcare l’attuale onda e approfittandone per rinnovare mezzi e infrastrutture spesso datati, così da imporre un radicale cambiamento nelle abitudini di mobilità e attrarre un sempre maggiore numero di utenti nel prossimo futuro. Questo giustificherebbe anche l’aumento del costo dei biglietti, che spesso invece viene percepito solamente come vessatorio e dovuto alla incompetenza (o peggio ancora malafede) degli amministratori delle aziende pubbliche, ma sopratutto mai corrispondente a un miglioramento del servizio offerto.

NOTE

1. Mercato auto, ancora un crollo ad Aprile vendite giù del 18% ( La Repubblica)

2. Trasporto pubblico salvezza dell’ambiente (Corriere della Sera)

L’anno dopo a Fukushima

fonte: www.coopfirenze.it

(Odaka-Ku, Fukushima No-Go Zone – Foto di P. Mittica)

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Unicredit: un vago sospetto

Non so come mai, ma non riesco a levarmi dalla mente il “vago” sospetto, che il titolo di Unicredit Spa sia stato oggetto di speculazione negli ultimi tempi.

Raggi di speranza

Fonte:  zeusnews.com

La Provincia di Rovigo può ben dirsi orgogliosa: ha ridato vita a un’area industriale abbandonata da otto anni trasformandola nel più grande impianto fotovoltaico europeo. Tra i comuni di San Bellino e Castelguglielmo è nata infatti una centrale elettrica solare che si estende su 850.000 metri quadrati e ha una potenza nominale di 80 MWatt (70 effettivi), in grado di fornire corrente a 17.150 case. Sebbene in Europa esistano impianti che forniscono una potenza maggiore, sono tutti costituiti da un insieme di impianti più piccoli: per esempio il Parco Soalre Finsterwalde tedesco, che arriva a 81 MWatt, è in realtà costituito da tre installazioni. Quella di Rovigo è invece l’installazione singola più grande mai realizzata in Europa, ed è anche stata realizzata in tempi brevi: l’approvazione finale del progetto è dello scorso marzo; i lavori sono stati completati il 30 ottobre (data in cui la centrale è diventata subito operativa) e l’inaugurazione ufficiale è avvenuta il 23 novembre. Il progetto è opera dell’ingegnere Maurizio Zamana, originario del luogo, mentre la realizzazione è stata affidata alla SunEdison.

Internet in Cina

La diffusione di internet in Cina si configura come un problema di globale importanza: Sono 384 milioni i cinesi che usano il web secondo un rapporto diffuso dall’istituto governativo China Internet Network Information Centre. Attualmente è la più grande comunità online, ma anche se il numero di utenti continua a crescere in confronto ai paesi sviluppati il livello di utilizzo è ancora basso. Solo il 29% dei cittadini usa internet, mentre la stessa percentuale è del 74% negli Usa e del 77% nella Corea del Sud. Il tasso di crescita cinese ha subito un rallentamento dal 2008, anno in cui si era registrato un +41,9%, ma questo segnala le enormi potenzialità del mercato. L’atteggiamento del governo nei confronti del grande sviluppo digitale è duplice: da un lato incoraggia l’adozione delle nuove tecnologie digitali come simbolo di sviluppo economico; dall’altro lato però il governo controlla, irregimenta e censura i contenuti considerati potenzialmente dannosi per la stabilità del regime. Le premesse iniziali, che assegnavano a internet la capacità di facilitare l’apertura di un libero dibattito e confronto politico che avrebbe stimolato l’evoluzione democratica del sistema politico, non hanno poi trovato conferma. Dal 1995 le autorità di Pechino hanno introdotto oltre 60 norme d’uso e il governo continua ad intensificare i controlli; ad oggi siti come Wikipedia,Youtube e Google risultano quasi completamente censurati e se si prova ad accedere ad un sito oscurato (per esempio Facebook e Wordpress) si è disconnessi per 15 minuti. Sui motori di ricerca sono applicati dei filtri che mostrano solamente dei risultati ben precisi e vengono chiusi siti che pubblicano informazioni sulla corruzione o articoli critici nei confronti del governo. Gli utenti sono sempre più intrappolati in una fitta rete di norme che limitano il loro libero accesso alla rete. Chiunque navighi può rischiare l’arresto e la galera. Nei casi estremi, coloro che diffondono informazioni considerate “segreti di stato” possono essere condannati a morte. Attualmente non si intravede nessuna possibilità che il governo di Pechino allenti la sua morsa, e le recenti tensioni con Google sono li a testimoniarlo.

Reti di distribuzione elettrica intelligenti

Fonte: italiadallestero.info

Dopo diverse false partenze, il 2010 potrebbe essere finalmente l’anno per la diffusione dei contatori intelligenti su scala globale. La tecnologia, che permette alle aziende fornitrici di energia elettrica e ai loro clienti di monitorare più da vicino i consumi energetici, ha molti sostenitori.

Il governo americano ha stanziato 4,5 miliardi di dollari per finanziare la diffusione di contatori intelligenti nel paese. I politici dell’Unione Europea stanno esercitando forte pressioni per collegare l’80% delle strutture edilizie private e aziendali a contatori intelligenti entro il 2020. Anche giganti emergenti come India e Cina puntano ad installare la tecnologia nei nuovi edifici.

Ma con miliardi di dollari sul piatto, i legislatori non vogliono commettere costosi errori. Quindi molti stanno seguendo con attenzione la notevole esperienza dell’Italia, che in meno di un decennio è diventata sorprendentemente il leader mondiale nello sviluppo di reti di distribuzione elettrica intelligenti.

Quasi l’85% delle case italiane sono oggi equipaggiate con contatori intelligenti – si tratta della più alta percentuale al mondo e di un numero superiore di apparecchi rispetto a quelli installati in tutti gli USA. Di conseguenza, fornitori come la PG&E di San Francisco e l’FPL Group della Florida sono ansiosi di comprendere come Enel sia riuscita a realizzare la sua rivoluzione dei contatori intelligenti.

Nel 2001, Enel – fornitore dominante in Italia – avviò un programma quinquiennale per installare contatori intelligenti per la sua base di 40 milioni di clienti privati e aziendali. “Volevamo migliorare l’efficienza, avere margini più alti e aiutare i clienti a ridurre i costi delle utenze” ricorda Livio Gallo, direttore Enel per reti e infrastrutture, che supervisionò lo sviluppo dei contatori intelligenti. Un’altra motivazione, secondo esperti esterni, fu rappresentata dal fenomeno dilagante dei furti di energia e altre forme di frodi.

Prezzi determinati da fasce orarie

Nel 2006 Enel aveva investito 3 miliardi di dollari nell’iniziativa, che includeva contatori disegnati autonomamente, basati su una tecnologia sviluppata da Echelon, azienda di San José (California) che permette di inviare automaticamente letture sull’utenza all’ufficio centrale e di mostrare il prezzo attuale ai clienti in base all’ora del giorno.

Il fornitore italiano può così oggi raccogliere dati sui clienti e governare la rete energetica in remoto, invece di inviare all’esterno costosi tecnici. E dati più precisi sulle abitudini di consumo elettrico dei clienti permette all’Enel di gestire le proprie centrali in maniera più efficiente. Nel complesso, Enel annota un risparmio annuale in costi di gestione, derivante dall’utilizzo delle nuove tecnologie, pari a 750 milioni di dollari – una cifra che ha permesso di rientrare degli investimenti infrastrutturali in solo 4 anni.

Nel frattempo, l’introduzione dei contatori intelligenti ha dato ai clienti Enel un maggiore controllo sulle bollette energetiche. Tipicamente, il contatore è installato in un posto comodo all’interno dell’abitazione – una credenza in cucina, o in lavanderia. Quando i prezzi dell’elettricità sono più alti, ad esempio la sera o durante le fredde notti invernali, il contatore intelligente informa gli inquilini dei costi più alti, permettendo loro di modificare le abitudini (ad esempio posticipare un carico di lavatrice fino al mattino successivo) per evitare addebiti salati.

Gli analisti stimano che i clienti Enel più attenti siano stati in grado di tagliare le proprie bollette fino al 50% mantenendo una soglia elevata di attenzione sui prezzi e sull’utilizzo dell’energia. “I contatori intelligenti danno ai clienti un controllo maggiore su quanto vogliono spendere” afferma Michael Pollitt, assistant director dell’Electricity Policy Research Group presso la Judge Business School della University of Cambridge.

I benefici doppi per fornitori e consumatori spiegano il motivo per cui la politica abbia mostrato entusiasmo per la tecnologia. Secondo ABI Research, la base mondiale installata di contatori intelligenti triplicherà dal 2008 al 2014, arrivano a 180 milioni di unità.

L’Unione Europa, con la sua popolazione di 500 milioni di abitanti e installazione prevista obbligatoria entro il 2020, rappresenta il 64% della stima, ovvero 115 milioni di contatori. L’America del Nord è seconda con 45 milioni di unità, con Estremo Oriente e America Latina rispettivamente al terzo e quarto posto. Tra i produttori dominanti di contatori intelligenti figurano oggi compagnie statunitensi come General Electric, Itron e Sensus Metering Systems, assieme alla lussemburghese Elster e alla svizzera Landis+Gyr.

Installazione a centrifuga

Con tanti contatori intelligenti da installare in un prossimo futuro, Gallo dell’Enel immagina che altri fornitori possano imparare molto dall’esperimento italiano. Prima cosa, raccomanda che le aziende diffondano la tecnologia più velocemente possibile.

Invece di puntare a installazioni graduali, un programma a centrifuga, spesso in soli tre-quattro anni, aiuta ad ottenere un rientro dagli investimenti più veloce. Un approccio di questo tipo può richiedere investimenti iniziali più cospicui, ma garantisce ai fornitori accesso rapido ai dati sui clienti e un maggiore controllo sulla propria rete energetica, che può portare a risparmi sui costi accessori. “Sul lungo termine, è più efficiente che installare i contatori intelligenti in più di un decennio” afferma Gallo.

L’altra lezione derivante dalla diffusione dei contatori da parte di Enel è più basica: focalizzarsi sulla clientela. Quando l’azienda iniziò ad installare la tecnologia, ricorda Gallo, il management ha investito tempo educando il pubblico sui suoi benefici. Questo significò coinvolgere i consigli comunali e discutere con le associazioni di consumatori, che avevano manifestato preoccupazione per la gestione dei dati relativi alle abitudini individuali di consumo energetico. Dissipando i dubbi del pubblico, Enel fu in grado di spiegare che le bollette di molti clienti si sarebbero ridotte proprio grazie ai contatori intelligenti – aiutando a far crescere la loro fedeltà.

Eppure, nonostante i risparmi sui costi, le associazioni di consumatori affermano che non tutti trarranno benefici dai contatori intelligenti. I gruppi più vulnerabili, in particolare i meno abbienti e gli anziani, potrebbero addirittura diventare vittime dei picchi di prezzo. E timori sull’utilizzo dei dati sensibili raccolti attraverso i contatori intelligenti che i fornitori potrebbero attuare senza il permesso dei clienti ancora frenano molte potenziali applicazioni.

Ciononostante, la positive esperienza dell’Enel mostra i benefici che la tecnologia è in grado di offrire, sia per le aziende che per i loro clienti. Afferma Rick Hanks, leader della divisione di Accenture che si occupa del progetto “contatori intelligenti” per Gran Bretagna e Irlanda: “I contatori intelligenti costituiscono una componente di vitale importanza, in una congiuntura nella quale tutti ambiscono ad una maggiore efficienza energetica”.

L’energia rinnovabile in Toscana

Fonte:  lnx.buonenotizie.it 

La Toscana è senz’altro un esempio da seguire per il resto d’Italia per quel che riguarda il settore delle energie rinnovabili che non conosce crisi, ma che anzi nell’ultimo anno ha registrato una vera e propria esplosione, con crescite a due e anche a tre cifre. Si tratta della produzione di energia da fonti rinnovabili, con il fotovoltaico, l’energia elettrica dal sole, che fa segnare la prestazione di gran lunga migliore, con un +614%. Molto bene anche l’eolico, con un +113%, la geotermia con un aumento del 10,1%. Sviluppo più contenuto per l’idroelettrico (+1,78%) e le biomasse fanno registrare invece progetti presentati alle Province che, se approvati tutti, determinerebbero un incremento di questa fonte del 132%. Tutto questo grazie anche alle oltre 2.100 domande presentate dai cittadini per ottenere i contributi per l’installazione dei pannelli fotovoltaici. La Regione ha deciso di finanziarle tutte, nonostante i fondi richiesti vadano ben oltre quelli stanziati. Il boom delle rinnovabili proseguirà, visto che questi aiuti metteranno in circolo investimenti per oltre mezzo miliardo di euro. On line è ora lo ‘Sportello energia’ (su www.regione.toscana.it/energia) a disposizione dei navigatori della rete e che promette di crescere ancora per seguire da vicino l’evoluzione di uno dei settori più strategici per un futuro ecoefficiente e ambientalmente compatibile. L’obiettivo della regione è di sviluppare le fonti rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica e ridurre le emissioni di gas serra. La Regione ha attivato anche una casella di posta elettronica (sportello.energia@regione.toscana.it) per ricevere domande, e richieste, fornire chiarimenti, esaminare proposte. Un apripista per le altre realtà italiane.

La ricerca in Italia

Articolo 9. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Così recita la costituzione, ma nonostante questo è molto ironico vedere per l’ennesima volta quale sia in Italia la differenza sostanziale fra la legge e l’applicazione della stessa. In virtù degli impegni presi con l’Unione Europea ogni membro della comunità dovrebbe devolvere un minimo del 3% del proprio PIL entro il 2010 per la ricerca e lo sviluppo scientifico. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel nostro paese si investa poco meno del 2%. Se il problema fosse puramente quello della quantità di investimenti nel settore, non voglio dire che sarebbe di semplice e veloce soluzione, ma qualcosa si potrebbe pur tentare di farlo. Purtroppo la situazione è ben peggiore, il nostro è un paese vecchio, fanatico e imbalsamato. I giovani in Italia hanno difficoltà a conquistare posizioni di rilievo nel mondo dell’imprenditoria, della politica, della ricerca, dell’industria culturale e dello spettacolo. La questione del potere negato ai giovani sta diventando centrale, intrecciandosi al diffuso malcontento nei confronti della politica e dei meccanismi di mantenimento del potere che finiscono per penalizzare proprio il ricambio generazionale. Potrei scrivere per ore su questo argomento, portando una moltitudine di dati, ma penso che sia di più semplice comprensione toccare con mano quella che poi è la triste realtà dei fatti, narrata in un articolo in cui mi sono imbattuto qualche giorno fa, dove si racconta delle vicissitudi vissute da due ricercatori per ottenere quel minimo di autonomia che serve per sviluppare adeguatamente delle serie ricerche.

fonte: repubblica.it

Via dall’Italia per nepotismo trovano gene dello sviluppo
Antonio Iavarone e Anna Lasorella hanno individuato una proteina fondamentale per lo sviluppo delle cellule adulte e per combattere il tumore al cervello

ROMA – Nel 2000 hanno lasciato l’Italia per gli Stati Uniti, in polemica con il sistema nepotista dell’università, che non permetteva loro di sviluppare adeguatamente le loro ricerche sui tumori al cervello dei bambini. Negli Stati Uniti hanno trovato i mezzi, lo spazio, il sostegno di due prestigiose università, prima la Albert Einstein e dopo la Columbia. E adesso Antonio Iavarone e Anna Lasorella annunciano la scoperta del gene che svolge un ruolo chiave nello sviluppo delle cellule staminali e che è coinvolto anche nel più aggressivo fra i tumori del cervello. Sono gli stessi ricercatori a parlare della loro scoperta in un articolo pubblicato dalla prestigiosa rivista Developmental Cell.

“Adesso – spiega Iavarone – abbiamo trovato una proteina capace di distruggere alcune delle proteine-chiave utilizzate per ottenere le Ips e di far ripartire quindi la trasformazione delle cellule staminali in cellule adulte”. La proteina si chiama Huwe1 e la sua scoperta potrebbe in futuro portare anche a nuove terapie contro i tumori cerebrali.

“La molecola – spiegano i ricercatori – si è rivelata indispensabile per la corretta programmazione delle cellule staminali del cervello perché grazie ad essa si formano i neuroni durante lo sviluppo dell’embrione di topo. Ma abbiamo anche scoperto che la stessa proteina viene eliminata durante lo sviluppo del più maligno tumore del cervello che colpisce bambini e adulti, il glioblastoma multiforme”.

Durante la formazione del cervello dell’embrione, spiegano i due ricercatori italiani nell’articolo che presenta la loro scoperta, “le cellule staminali che risiedono nel sistema nervoso si dividono ad una velocità molto alta prima di trasformarsi, dando origine alle cellule nervose mature, i neuroni. Perché questo processo avvenga in maniera corretta, le proteine che mantengono le cellule nello stato staminale ed immaturo devono essere eliminate”.

Cosa accade invece nel caso di tumori al cervello? Secondo la scoperta di Anna Lasorella, “nel topo, in assenza di Huwe1, le cellule staminali si moltiplicano in modo incontrollato per cui la formazione dei neuroni è compromessa e lo sviluppo del cervello procede in modo anomalo”. A questo punto, il dottor Iavarone ha ipotizzato che “l’attività di Huwe1 possa essere deficitaria nelle cellule dei tumori nel cervello dell’uomo”, ipotesi che ha trovato ampio riscontro. “La perdita di Huwe1 potrebbe essere una importante tappa nello sviluppo dei tumori cerebrali più maligni, i glioblastomi multiformi, ed una modalità mirata di terapia per questo tipo di tumori potrebbe derivare se riuscissimo ad aumentare la funzione di Huwe1 nelle cellule tumorali”, concludono i due ricercatori.

Combattere il tumore al cervello è l’obiettivo che Antonio Iavarone e Anna Lasorella, marito e moglie da molti anni, si sono posti dai primi anni di studio all’Università. “Siamo entrambi pediatri, io sono di Benevento e mia moglie di Bari, e ci siamo conosciuti al Policlinico Gemelli, all’inizio degli anni ’90: lavoravamo tutt’e due al reparto di Oncologia pediatrica. Grazie alle nostre ricerche avevamo ottenuto un grande finanziamento da parte della Banca d’Italia. Ma a un certo punto ci siamo resi conto che non potevamo fare il nostro lavoro in Italia, e così ci siamo spostati in America, a New York, prima alla Albert Einstein, nel 2000, e poi alla Columbia nel 2002″.

Iavarone non torna volentieri sulle ragioni che hanno spinto lui e la moglie a emigrare negli Stati Uniti. Ma Repubblica si è occupata con molta attenzione della loro vicenda, raccontata in un articolo del 5 ottobre 2000 da Elena Dusi, e ripresa successivamente da Curzio Maltese. “Da noi la bravura non paga”, s’intitolava l’articolo che per la prima volta parlava della vicenda. “Il primario di oncologia, il professor Renato Mastrangelo, ha cominciato a renderci la vita impossibile – raccontava nel 2000 a Elena Dusi Iavarone – Ci imponeva di inserire il nome del figlio nelle nostre pubblicazioni scientifiche. Ci impediva di scegliere i collaboratori. Non lasciava spazio alla nostra autonomia di ricerca. Per alcuni anni abbiamo piegato la testa. Poi, un giorno, all’inizio del ’99, abbiamo denunciato tutto”.

E a quel punto, anche sulla scia di una denuncia per diffamazione effettuata dal professor Mastrangelo (“Abbiamo vinto la causa”, dice Iavarone) ai due coniugi ricercatori non è rimasta che la via del volontario esilio. Che si è rivelata molto proficua, dal momento che lavorare negli Stati Uniti ha permesso loro di sviluppare nel migliore dei modi le loro intuizioni, dando una speranza a chi contrae questa terribile malattia.

L’unico commento che si riesce a strappare sulla vicenda che li ha allontanati dall’Italia (dove torneranno comunque a settembre, per presentare la loro scoperta), è che “il nostro caso è stato paradigmatico per quanto riguarda le caratteristiche, ma non è certo un caso isolato”. “Però non mi chieda altro – conclude Iavarone – altrimenti ci dicono che facciamo sempre polemica. E invece noi adesso vogliamo parlare solo della nostra scoperta, che ci fa essere molto speranzosi per gli sviluppi futuri delle cure”.

John Elkann: falsità su mio nonno

Nei giorni scorsi, in risposta a qualche articolo apparso sui giornali sulla questione dell’eredità di Gianni Agnelli, il giovane John Elkan ha rilasciato le seguenti dichiarazioni:

<< Sono indignato per le strumentalizzazioni e le manipolazioni, la violenza delle parole e le falsità su mio nonno Gianni Agnelli >>.

Voglio essere clemente con il povero John, che sicuramente si trova in mezzo a qualcosa più grande di lui, che non sa bene come gestire. Anche fosse che qualche giornale ha fatto accuse campate in aria, rimane comunque il fatto che questa affermazione la poteva benissimo risparmiare. Non è un segreto che l’Avvocato, pur notoriamente apprezzato dall’opinione pubblica, non era certo un santo. Per anni ha curato più gli interessi propri che quelli dell’azienda che dirigeva, facendo pagare debiti enormi agli italiani ed incassando gli utili, quando c’erano, per trasferirli poi nei più disparati paradisi fiscali. Lo stato ha sempre sorretto l’incapacità, l’incompetenza e il pressapochismo imprenditorale degli Agnelli, attraverso la generosità politico istituzionale della cassa integrazione sostenuta dal popolo italiano. Rimane il fatto che se sono state commesse violazioni verranno accertate nelle sedi competenti, ma non si può pretendere che queste vicende non finiscano sulla stampa. Bisogna anche che il giovane rampollo di casa Agnelli capisca che chi ha messo i soldi che hanno permesso (più volte) di salvare l’azienda di cui ora ha le redini gradirebbero sapere se è stato fatto fesso due volte (aggiungendo l’evasione fiscale al ripianamento dei debiti). Quando si parla della Fiat poi gli esempi si sprecano:

  • La vendita Alfa Romeo, che costò all’Italia una cifra astronomica come sanzione per aiuti di stato illeciti.
  • Clamoroso il caso in cui con il sali e scendi delle azioni sono riusciti a salvarsi dal perdere il controllo dell’azienda fregando migliai di piccoli risparmiatori (processo in corso a Torino).
  • e la lista sarebbe lunga.

Quindi personalmente fossi nel povero John prima di preoccuparmi di quel che scrivono i giornali, di cui la sua famiglia si è sempre servita quando le difficoltà e le crisi economiche ne suggerivano l’utilizzo e lo sfruttamento, riserverei la mia indignazione per le vicende interne della famiglia che si stanno rivelando non meno torbide di quelle che riguardano la Fiat.

L’imperdonabile Cuba

Fonte: Il manifesto


“Quella notte del 1° gennaio 1959 in cui Fulgencio Batista, il dittatore che governava Cuba con la complicità della mafia italo-americana, fuggì a Santo Domingo con un aereo carico di dollari nessun politologo o editorialista Usa si azzardò a presagire che il movimento di liberazione di Fidel Castro, Che Guevara, Camilo Cienfuegos che era riuscito a cacciare quell’ex sergente sadico e torturatore, avrebbe guidato per decenni l’isola dei Caraibi, da sempre la più ambita dagli Stati uniti.

D’altronde, storici e critici di Cuba di ieri e di oggi sono stati sempre smentiti dagli eventi. Dall’insuccesso patito dai controrivoluzionari appoggiati dalla Cia nel tentativo di sbarco nella Baia dei Porci al collasso del comunismo Est-europeo che non si portò dietro quello della rivoluzione cubana, dalla drammatica stagione del periodo especial (quando Cuba, negli anni ‘90, perse i partner commerciali del mondo comunista ormai in dissoluzione e rischiò la fame, ma sopravisse) all’infermità di Fidel Castro, solo due anni fa, che pose l’interrogativo di sempre: che ne sarà della Revolución dopo di lui?
E invece Cuba non si è persa, è lì, e festeggia i 50 anni della rivoluzione proprio mentre l’afro-americano Barak Obama assume, per la prima volta nella storia, la presidenza degli Stati uniti.
Due eventi epocali, in qualche modo collegati fra loro, perché sono i governi di Washington, a tenere da 50 anni in stato d’assedio politico l’isola più vasta dei Caraibi, colpevole, in definitiva, solo di aver rifiutato, ad un certo momento della propria storia, il credo indiscutibile del capitalismo e di essere scampata finora alle conseguenze di questo azzardo.
Così, per ironia della storia, ora saranno proprio le scelte che Obama farà sulle relazioni con Cuba, magari abolendo o attenuando l’immorale embargo (condannato quest’anno dall’Assemblea dell’Onu per la 17a volta consecutiva), a cambiare o no il futuro della terra di José Martí, l’eroe nazionale che già più di 100 anni fa, al tempo della guerra d’indipendenza dalla Spagna, intuì che il problema dell’autonomia e sopravvivenza cubana stava proprio nelle mire espansionistiche Usa.
Per questo è già incredibile che Cuba, autonoma, indipendente e socialista, ancora esista dopo anni di ostilità della più poderosa potenza del mondo, segnati da tentativi incessanti di destabilizzazione politica e da atti terroristici impuniti preparati in Florida e New Jersey e compiuti nell’isola con copertura Cia e nel completo disinteresse delle cosiddette democrazie occidentali.
È singolare poi che la resistenza di Cuba sia diventata un esempio in America latina, un continente per anni martoriato dal Plan Condor, un progetto di annientamento di ogni opposizione progressista voluto dal presidente Nixon e dal segretario di stato Kissinger, negli anni ‘70.
Ma è ancora più emblematico che Cuba festeggi nel momento in cui, dopo il muro di Berlino è crollato anche il muro del capitalismo. Una constatazione che fa leggere diversamente, con un sorriso beffardo, le critiche alle scelte «azzardate» fatte da Cuba 50 anni fa.
La Revolución, pur non esente da errori, contraddizioni e illiberalità, festeggia infatti mezzo secolo di sopravvivenza con la più bassa mortalità infantile dell’intero continente americano, la più alta media di vita del Sudamerica, un sistema sanitario esemplare.
Ma la Revolución sente anche l’orgoglio di aver influenzato, come ha ricordato recentemente il presidente brasiliano Lula, il riscatto e le scelte di progresso in atto in America latina, non solo in Brasile ma in Argentina, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Paraguay e, con caratteri più tenui, in Uruguay e Cile.
Ho sentito Lula spiegare questo concetto all’ambasciata brasiliana di Roma ad un sindacalista della Cisl chiaramente scettico sui rivoluzionari cambiamenti sociali in marcia: «Senza la resistenza di Cuba e il sacrificio di tanti Che Guevara, questo vento di autonomia e democrazia non sarebbe ancora soffiato in America latina».
Faceva tenerezza, quella sera, vedere parte della sinistra italiana, assolutamente incapace di capire cosa sta accadendo in America latina. E mi sono ricordato di un interrogativo che mi ha posto una volta Tomas Gutierres Alea (Titon) regista cubano di Memorie del sottosviluppo, oltre che di Fragola e cioccolata e Guantanamera): «Cosa ha fatto la sinistra italiana o europea per pretendere di insegnarci quello che dobbiamo fare? Noi la rivoluzione l’abbiamo fatta. E voi?». La realtà è che le notizie che denunciano le strategie imbarazzanti degli Usa in America latina non trovano posto nella comunicazione delle cosiddette democrazie occidentali.
Solo nel 2007, per esempio, Washington, «per favorire un cambio politico» rapido e drastico nell’isola ha stanziato per l’operazione Cuba Libre (un ulteriore progetto di destabilizzazione dell’isola con il varo di una vera strategia della tensione) 140 milioni di dollari (60 del Congresso e 80 prelevati dalla disponibilità personale del presidente) e nel 2008, nonostante l’esplosione della crisi finanziaria, i contribuenti nord-americani hanno dovuto sborsare, senza essere consultati, 45 milioni di dollari per lo stesso obiettivo. Un’operazione azzardata diventata pubblica grazie a una lettera aperta di James D. Cockroft, docente all’università di Stanford e studioso della politica estera e della «storia occulta» degli Stati uniti. Michael Parmly, responsabile dell’ufficio di interessi Usa a L’Avana aveva facilitato trasferimenti di denaro a Martha Beatriz Roque, fino a poco tempo fa indicata come una leader dei dissidenti cubani. Il denaro, oltretutto, proveniva da una fondazione diretta dal noto terrorista Santiago Alvarez, attualmente in carcere a Miami, dovendo scontare una condanna (4 anni poi ridotti a 30 mesi), perché scoperto in possesso di un enorme arsenale di armi. Quella Santa Barbara – ha sostenuto Alvarez – doveva servire per attacchi contro Cuba. Ma il diplomatico Parmly aveva esagerato concedendo addirittura un prestito di denaro pubblico all’intrepida dissidente Martha Roque «fino a quando Santiago Alvarez non li avesse resi».
Com’è stato possibile per la Revolución, in questo contesto, durare 50 anni? Bernardo Valli, che in gioventù la visse e la raccontò, afferma su La Repubblica che a questa domanda molti cubani sorridono, alzano gli occhi al cielo e citano alla rinfusa tanti motivi: il carisma di Fidel, il sostegno dei campesinos emancipati dalla rivoluzione, le rimesse degli esuli cubani negli Usa e i Comitati di difesa della rivoluzione.
Valli, alla fine, indica però questi ultimi come la vera macchina della sopravvivenza del paese attraverso la quale tutto va al suo posto: l’igiene, la sicurezza, la disciplina rivoluzionaria, la lista delle persone segnalate come «asociali», le dispute familiari, la prevenzione degli uragani e perfino la sorveglianza della frequenza scolastica dei minori.
Io penso invece che abbia ragione Alfonso Sastre, il prestigioso drammaturgo spagnolo (presente a L’Avana due anni fa insieme a García Marquez, Bonasso, Gerard Depardieu, Ignacio Ramonet e il regista argentino Fernando Solanas per il 50° anniversario dello sbarco del Granma) quando afferma che Cuba ha resistito, pur con tutte le sue contraddizioni, per aver saputo creare fra la gente una coscienza collettiva e solidaristica. Una coscienza che è passata sopra i contrasti e gli errori, e resiste nel tempo.”

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